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SanPonziano.net

Parrocchia San Ponziano di Roma

Un'indagine storica sulla figura, l'apostolato ed il martirio di San Ponziano

Ponziano, pontefice martire e santo

Nella Roma imperiale di III sec. d.C., Ponziano, santo cui è dedicato il titulus della nostra parrocchia, appare come una figura dai contorni talvolta sfumati nella leggenda: tuttavia, dal minuzioso esame delle fonti storiche a noi pervenute (malgrado qualche discordanza tra le varie notizie), si riscontra che si trattò di un personaggio reale e di forte rilievo nella storia delle prime comunità cristiane di Roma, tanto che può rivelarsi di grande interesse metterne meglio a fuoco la figura, l’apostolato, il martirio.

 

Sappiamo che il padre si chiamava Calpurnio, ma di Ponziano non sono noti con sicurezza né data né luogo di nascita, anche se si pensa che fosse nato a Roma verso la fine del II sec.; scarne, talora contraddittorie, sono anche le notizie che, a suo proposito, ci ha lasciato Eusebio di Cesarea, ma in ogni caso va chiarito che si chiamava effettivamente Ponziano (Pontianus), poiché all’epoca non era ancora invalso di mutare il proprio nome all’atto dell’insediamento sul soglio pontificio: quest’uso, infatti, si affermerà oltre settecento anni dopo, a partire dal X secolo. Ponziano sedette sulla Cattedra di Pietro dal 21 luglio 230 (231 secondo il Catalogo Liberiano) al 28 settembre 235, dapprima sotto il regno dell’imperatore Severo Alessandro, poi sotto il successore Massimino il Trace: l’anno 230 sembrerebbe più sicuramente attestato, anche perché per altra via conosciamo con certezza la durata del suo pontificato, di cinque anni due mesi sette giorni. In quegli anni, a Roma, a capo di un’altra - più piccola - comunità cristiana, operava il dotto Ippolito (altra importante figura su cui aleggiano molti dubbi storici) che, in qualità di antipapa, fin dal 217 si era posto in acuto contrasto con Callisto I, all’epoca ufficialmente riconosciuto papa, anche se, già prima, vi erano state divergenze, più blande, col precedente papa, Zefirino. Animato dai più profondi sentimenti religiosi - tanto da non aver ricevuto successiva condanna da parte della Chiesa che, anzi, lo ha riconosciuto martire e santo - Ippolito aveva iniziato la propria critica nei confronti della gerarchia “ufficiale”, perché in aperto dissenso circa i sussidi da erogare e le azioni economiche da intraprendere in aiuto dei confratelli meno abbienti, nonché riguardo ad una certa larghezza di vedute sulla posizione morale di quanti, da neofiti, si accostavano alla nostra religione: risoluto nei suoi propositi, Ippolito mantenne tale posizione di intransigenza anche col successore di Callisto, Urbano I, e con lo stesso Ponziano.
Gli anni intorno al 222-234 segnarono un periodo di relativa tranquillità per la Chiesa romana, pervasa solo dalle tensioni interne causate dal dissenso di Ippolito, ma verso la fine del pontificato di Ponziano, le condizioni di vita della comunità vennero a cambiare drammaticamente, in occasione del cruento passaggio di potere da Severo a Massimino. Il primo di questi imperatori era stato tollerante e ben disposto verso i Cristiani e sotto di lui, in seno alla Chiesa, si era registrato, di notevole, soltanto un fatto interno, vale a dire una presa di posizione di Ponziano in favore della condanna disciplinare comminata da Demetrio, vescovo di Alessandria, ad Origene, dotto alessandrino, poi confermata in un sinodo romano tenuto appunto da Ponziano. Invece, a partire dal 18 marzo 235, con l’uccisione di Severo e l’avvento al trono di Massimino, mutò al peggio l’atteggiamento dell’impero verso i fedeli cristiani ed iniziarono sospetti e maltrattamenti, una vera e propria persecuzione; il nuovo imperatore che, per problemi di difesa militare, era rimasto a vigilare le frontiere e non si era neanche recato a Roma per ricevere l’investitura da un Senato sempre più esautorato, non riuscendo a distinguere - da lontano - quale fosse la struttura del movimento religioso cristiano e chi, realmente, ne fosse a capo, condannò sia Ponziano che Ippolito ad metalla Sardiniae, vale a dire ai lavori forzati in miniere di piombo, da scontare in Sardegna, all’epoca considerata insula nociva: era una pena molto severa che non consentiva, in genere, un ritorno in patria, poiché nessun condannato riusciva a sopravvivere in quelle condizioni di durissima prigionia, sottoposto a continui stenti, fatiche e maltrattamenti. Per questo motivo Ponziano, all’atto della condanna e del conseguente suo trasferimento coatto nell’isola, il 28 settembre 235 - un anno prima della propria morte - preferì abdicare dal suo alto incarico e così, storicamente, risultò essere il primo papa a compiere tale gesto: nella storia della Chiesa, tra le date significative, questa è la più antica che sia stata accertata univocamente ed è con le parole “In eadem insula discinctus est” che il Liber Pontificalis, ricorda il gesto coraggioso e responsabile di Ponziano, che non volle lasciare la comunità di fedeli senza una alta guida che fosse, ad un tempo, vicina e diretta; per tale motivo volle abdicare e preferì lasciare ad altri la propria alta missione, scegliendo di divenire discinctus. Durante quel duro periodo di prigionia, i due alti prelati, condannati alla stessa pena, poterono finalmente spiegare le reciproche posizioni ed ebbero quindi modo di riconciliarsi; Ippolito rientrò così in seno alla Chiesa, riconoscendo l’alta autorità del Pontefice romano e fece giungere ai propri seguaci la raccomandazione di riportare unità e concordia nella comunità di Roma: per questi meritevoli motivi la Chiesa gli ha riconosciuto, malgrado i contrasti da lui causati, il suo giusto ruolo di martire e di santo.
Come successore al soglio di Pietro, il 21 novembre 235, venne scelto il greco di origine orientale Antero (Anthéros) che, tuttavia, morì dopo circa quaranta giorni, mentre Ponziano ed Ippolito erano ancora in vita, ma in cattività in Sardegna; la loro prigionia, peraltro, non durò ancora a lungo, poiché ambedue cessarono di vivere alcuni mesi dopo, a breve distanza l’uno dall’altro: Ponziano morì proprio a causa delle dure condizioni di esistenza e per i maltrattamenti subiti, il 29 o 30 ottobre 236 (c’è incertezza nei manoscritti pervenutici), in un luogo non noto con sicurezza, forse nella località di Terranova dell’isola rocciosa di Tavolara, presso le coste nordorientali della Sardegna ed il Liber Pontificalis, così ne narra la morte: “Adflictus, maceratus fustibus defunctus est”, con toccanti parole che ci evidenziano un prolungato periodo di martirizzazione; intanto, sul soglio pontificio, ad Antero era succeduto Fabiano che, anni dopo, richiese ed ottenne l’autorizzazione imperiale a riportare a Roma, lui stesso, le salme, sia di Ponziano che di Ippolito: vennero seppellite lo stesso giorno, un 13 agosto (non sappiamo precisamente di quale anno), la prima nella cripta dei Papi, nel cimitero catacombale di S.Callisto, l’altra sulla via Tiburtina (“Fabianus adduxit [Pontianum] cum clero per navim et sepelivit in coemeterio Callisti”); si tratta di notizie molto antiche ed in proposito le fonti non appaiono sempre chiare essendo, talvolta, addirittura in contrasto tra di loro: tuttavia, pur se non ne abbiamo l’assoluta certezza, questa traslazione dovette verosimilmente avvenire sotto l’imperatore romano Filippo l’Arabo (244-249), durante il cui regno si ebbe un nuovo periodo di relativa pace e tolleranza per la Chiesa e non, come sostenuto da alcuni scrittori, subito nel 237, mentre era ancora regnante Massimino che, molto difficilmente, avrebbe consentito ad una simile traslazione, senz’altro ardua da attuare per vie non ufficiali. Sotto Pasquale I, presumibilmente già nel suo primo anno di pontificato (817), a causa delle decadenti condizioni in cui erano venute a trovarsi alcune catacombe romane, nella basilica di S.Prassede vennero traslati i resti mortali di più di duemila venerati martiri, pontefici, presbiteri: ancora oggi esiste in detta basilica, sul primo pilastro della navata destra, un’epigrafe, lunga ben cinquantasei righe, in cui, tra la ventiseiesima e la ventisettesima, sono menzionati i nomi di Ippolito e di Ponziano, accomunati anche in occasione di quella pia operazione. Con tutta probabilità, c’era già stata una precedente, seppur parziale, traslazione di resti che il Silvagni datò al pontificato di Paolo I (757-767), come ricordato da una lastra marmorea posta nell’atrio della chiesa di S. Silvestro in capite.
Il 15 gennaio 1909, nelle catacombe di S. Callisto, sotto la pavimentazione del cubicolo detto di S. Cecilia, contiguo alla Cripta dei Papi, venne ritrovata da Joseph Wilpert una pietra tombale ridotta in frammenti con, in caratteri greci, il nome e la funzione di Ponziano - CC vale a dire PONTIANOS PISK[OPOS] M[A]R[TYS] - a testimoniare che egli, sia pure insieme con altri pontefici, era stato effettivamente lì sepolto, fino al momento della traslazione voluta da Pasquale I. Fino al 1970 Ponziano, primo Papa del quale si possa provare il martirio, veniva festeggiato il 19 novembre, poi si prese a festeggiarlo insieme con Ippolito il 13 agosto, giorno della loro tumulazione nei due cimiteri romani, come indizio significativo della riconciliazione avvenuta tra i due mentre, a motivo della loro Fede, erano prigionieri e perseguitati in Sardegna. Un quadro con la raffigurazione, del tutto immaginaria, di San Ponziano venne eseguito da Roberto Bompiani, negli anni intorno al 1856, nella basilica romana di S. Lorenzo in Lucina.

 

Gianni Fazzini
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